mercoledì, Luglio 17, 2024
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Oltre l’Alzheimer: ricerche sulle ipotesi di recupero dei neuroni danneggiati

Si è a lungo ritenuto che le cellule nervose fossero cellule perenni, ovvero cellule che, dopo essersi formate durante il periodo embrionale, non erano in grado di rigenerarsi in seguito ad eventuali danni subiti nell’arco della vita dell’individuo. Oggi sappiamo che questo è solo parzialmente vero. Anzi, esistono diverse evidenze che dimostrerebbero che anche nel sistema nervoso esistono cellule staminali, in grado di “riparare i danni”. Questo apre a diverse riflessioni anche nell’ambito di malattie come l’Alzheimer e le altre demenze, nelle quali progressivamente i neuroni vengono danneggiati da processi specifici della neuro-degenerazione in atto.

Cosa sono i neuroni e come funzionano?

I neuroni sono le unità strutturali e funzionali del sistema nervoso. Essi sono costituiti da un corpo e due categorie di prolungamenti, i dendriti e gli assoni. Il corpo del neurone funziona come un centro coordinatore, che riceve e integra le informazioni che arrivano dalle cellule circostanti. Inoltre, contiene il nucleo, al cui interno è conservata l’informazione genetica sotto forma di DNA (acido desossiribonucleico). I dendriti sono prolungamenti brevi che si dipartono dal corpo del neurone e si ramificano ripetutamente. 

Ciascun neurone possiede molteplici dendriti, il cui ruolo è quello di ricevere le informazioni da altri neuroni e trasmetterle al corpo. Al contrario, l’assone è unico per ciascuna cellula nervosa e può raggiungere notevoli lunghezze (basti pensare agli assoni che abbandonano il midollo per andare a innervare i muscoli dei piedi). Esso è responsabile di trasportare l’informazione dal neurone a cui appartiene ad altri neuroni o a cellule differenti dell’organismo (ad esempio, le cellule muscolari).

La rigenerazione dei nervi periferici

È noto da tempo che, in seguito ad un danno (trauma, diabete, tumore, etc), gli assoni che costituiscono i nervi (che fanno parte del sistema nervoso periferico, responsabile del collegamento tra il sistema nervoso centrale e tutti gli organi e i tessuti che compongono l’organismo) possono rigenerarsi. Dopo essere stato reciso l’assone degenera; non avviene lo stesso per le cellule che lo circondano e formano attorno ad esso un manicotto (la mielina): le cellule di Schwann. Esse, persistendo, formano una sorta di sentiero che guiderà poi la ricrescita dell’assone. Questo processo può avvenire in tempi molto lunghi e non sempre comporta una restitutio ad integrum, cioè una guarigione completa con la scomparsa definitiva del danno. Può infatti accadere che l’assone in ricrescita non raggiunga mai il suo precedente bersaglio.

Cellule staminali neurali

E per quanto riguarda le cellule del sistema nervoso centrale (encefalo e midollo spinale)? La prima evidenza a favore dell’esistenza, anche nel cervello adulto, di cellule nervose staminali può essere fatta risalire al 1944. In quell’anno Globus e Kuhlenbeck, rispettivamente un neurochirurgo e un neuropatologo, descrissero, a partire da studi condotti su un tumore cerebrale, le “cellule madri bipotenti”. Queste cellule, dividendosi, erano in grado di generare sia neuroni che cellule della glia (il tessuto di sostegno dei neuroni). Successivamente, nel 1988, Eriksson e colleghi descrissero la presenza delle cellule neuronali staminali a livello di una specifica regione del cervello: l’ippocampo, una delle principali strutture coinvolte nella formazione della memoria. Cellule simili sarebbero presenti anche nella zona subventricolare.

Nuove prospettive nel trattamento delle malattie neuro-degenerative

Queste scoperte hanno ovviamente aperto la strada a nuove idee nell’ambito della terapia di malattie neurodegenerative, come l’Alzheimer e il Parkinson nelle quali appunto progressivamente i neuroni sono danneggiati. Infatti se anche nell’encefalo dell’adulto esistono cellule in grado di proliferare, si può pensare di stimolare queste cellule per andare a sostituire quelle perse a causa della malattia. Diversi studi sono stati condotti, sia sui topi sia, in misura minore, sull’uomo, ottenendo in alcuni casi dei risultati incoraggianti (è recente la pubblicazione dei risultati positivi di iniziali studi condotti su un ristretto numero di pazienti affetti da sclerosi multipla).

Come sempre, ancora molte sono le domande a cui rispondere e le ricerche da effettuare, in primis per valutare i rischi a breve e a lungo termine di un intervento del genere (non ultimo il rischio di favorire lo sviluppo di neoplasie).

Dott.ssa Giulia D’Alvano (Dottoressa in Medicina e Chirurgia)


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