giovedì, Aprile 25, 2024
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Terapia farmacologica della demenza: quali farmaci e a che servono?

Quando si parla di trattamento farmacologico della demenza ci si addentra in un argomento complesso e ricco di sfaccettature. Purtroppo, ad oggi non esiste una cura per la demenza; ciò significa che non è possibile guarire. È, però, possibile trattare la demenza, mitigando la sintomatologia, con l’obiettivo di migliorare la qualità di vita del malato e, indirettamente, dei caregivers. Non esiste una terapia unica, valida per tutte le persone affette da demenza, piuttosto, a seconda del quadro clinico, verrà valutata una specifica combinazione di farmaci, che sia la più adatta possibile a rispondere alle diverse esigenze dei singoli.

Volendo semplificare, possiamo distinguere quattro classi di farmaci attualmente più utilizzate a seconda della terapia più adatta alla persona con demenza. Essi sono:

  • Inibitori dell’acetilcolinesterasi.
  • Antagonisti del recettore del glutammato.
  • Antipsicotici.
  • Antidepressivi.
Inibitori dell’acetilcolinesterasi

Questi farmaci agiscono sul deficit di memoria. In questa categoria rientrano tre molecole: rivastigmina, galantamina e donepezil. La loro azione consiste nell’inibizione dell’acetilcolinesterasi, che nel cervello degrada l’acetilcolina. L’acetilcolina è una sostanza che partecipa alla comunicazione tra neuroni (neurotrasmettitore) e che svolge, in particolare, un ruolo nella formazione della memoria e nell’attenzione. È da lungo tempo sostenuta l’ipotesi che un progressivo deficit di acetilcolina sarebbe alla base del declino cognitivo dei pazienti con demenza (in particolare con Malattia di Alzheimer). L’utilizzo di questi farmaci, dunque, comporterebbe una minore degradazione del neurotrasmettitore e una sua maggiore disponibilità. Risultano particolarmente utili nelle forme lievi e moderate di demenza. Oltre all’azione sui disturbi cognitivi, eserciterebbero un effetto positivo anche su sintomi neuropsichiatrici (quali depressione e ansia), alquanto frequenti nei soggetti con demenza.

Antagonisti del recettore del glutammato

Anche questa seconda categoria di farmaci va ad agire sul deficit cognitivo. La principale molecola di questa classe è la memantina. Essa agisce su un diverso neurotrasmettitore, il glutammato, che ad alte dosi risulterebbe tossico per i neuroni. L’azione della memantina consiste nel bloccare il glutammato, proteggendo in questo modo i neuroni e favorendone la sopravvivenza. Rispetto alla categoria precedente, la memantina mantiene una certa efficacia anche nelle fasi più avanzate di malattia e nelle forme più severe. Anche la memantina ha dimostrato efficacia sui sintomi neuropsichiatrici.

Antipsicotici

È una categoria di molecole molto ampia, che include farmaci con azioni variegate. Esempi sono rappresentati da olanzapina, risperidone, aripripazolo, quetiapina. L’impiego dei farmaci antipsicotici è indicato in pazienti con sintomi neuropsichiatrici, quali agitazione, allucinazioni e deliri, gravi e non controllabili con terapie non farmacologiche, o che compromettano la qualità di vita del malato o la sua sicurezza.

Antidepressivi

Anche in questo caso parliamo di un’ampia classe di farmaci, prescritti per il controllo di sintomi quali depressione e ansia, che non di rado si presentano già nelle fasi precoci di malattia. Alcuni di essi poi esercitano azioni aggiuntive: a titolo esemplificativo, trazadone e mirtazapina sono utili nel controllo dei disturbi del sonno; inoltre la seconda aiuta a stimolare l’appetito.

SINTOMATOLOGIA COGNITIVA
  Indicazioni
Inibitori acetilcolinesterasi Demenza lieve-moderata

Memantina Demenza severa

SINTOMATOLOGIA NEUROPSICHIATRICA
  Indicazioni
Inibitori acetilcolinesterasi, antidepressivi Ansia, depressione, apatia, disturbi del sonno
Antipsicotici Agitazione, deliri, allucinazioni
Gestione della terapia farmacologica

Tutti i farmaci descritti possiedono effetti collaterali più o meno gravi, alcuni dei quali possono derivare dell’interazione con altre molecole farmacologiche. Inoltre, alcuni (in particolare gli antidepressivi) presentano una risposta ritardata nel tempo: il loro effetto, infatti, compare in media dopo 3 settimane di utilizzo continuato. È quindi importante non effettuare in maniera autonoma variazioni del dosaggio e della terapia, per non incorrere nel rischio di tossicità. Il paziente, direttamente o tramite il caregiver, resta comunque al centro della scelta della giusta terapia (farmacologica e non), nell’ambito di una attiva collaborazione con tutte le figure professionali coinvolte nella sua cura.

Dott.ssa Giulia D’Alvano (Dottoressa in Medicina e Chirurgia)


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